«Voi li chiamate maranza, noi li chiamiamo per nome»

Oltre le etichette: la violenza giovanile è il sintomo di una crisi sociale ed economica

«Voi li chiamate maranza, noi li chiamiamo per nome.»

Questo cartello, apparso in un recente corteo pacifico, sintetizza in poche parole il nocciolo di una questione cruciale: la tendenza a ridurre problemi complessi a semplici etichette di comodo.

1. Breve storia di un’etichetta: da fenomeno di costume a stigma politico

Il termine maranza, oggi entrato con prepotenza nel lessico dei media e dei social con un’accezione nettamente negativa, ha radici più lontane. Negli anni Ottanta e Novanta, soprattutto nell’Italia settentrionale, indicava in modo goliardico o stereotipato il ragazzo di periferia dai modi rozzi, talvolta associato alla popolazione del Sud Italia, con un significato affine a quello di tamarro.

Dal 2020 ad oggi, tuttavia, la parola ha compiuto un salto di qualità semantico. È entrata nella comunicazione pubblica e politica — utilizzata sia da esponenti di maggioranza come Matteo Salvini e Galeazzo Bignami sia del centro-sinistra come il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che nell’aprile 2025 ha definito «cosiddetti maranza» i destinatari di circa cinquanta misure cautelari per reati contro il patrimonio.

In questo passaggio, il termine ha perso la sua sfumatura ironica per acquisire un carattere discriminatorio e criminalizzante, quasi a voler suggerire una presunta inclinazione alla delinquenza , nei giovani di seconda generazione.

2. Il 17 ottobre a Milano e la tentazione del capro espiatorio

Gli episodi di tensione verificatisi il 17 ottobre a Milano impongono una riflessione profonda. La violenza non può e non deve mai essere giustificata. Tuttavia, fermarsi alla sola condanna senza provare a interpretare le ragioni del disagio sottostante significa rifiutare di comprendere il problema, per poterlo poi risolvere.

La numerosa presenza di minori in piazza ci costringe a fare i conti con una  gravissima crisi sociale, economica e valoriale. A proposito dei maranza, poi, come ha evidenziato la sociologa Anna Curcio, la reazione di questi ragazzi è spesso l’espressione di una generazione cresciuta nelle diseguaglianze e che rischia di diventare il comodo capro espiatorio di un Paese che fatica a garantire tutele e prospettive ai propri giovani.

I numeri sulla condizione minorile in Italia, del resto, descrivono un quadro allarmante:

  • Povertà assoluta: Riguarda oltre 1.136.000 minori (il 12,5% di bambini e adolescenti sotto i 18 anni), secondo gli ultimi dati Istat.
  • Rischio di esclusione sociale: Oltre il 26,7% dei minori sotto i 16 anni è a rischio di povertà o esclusione, con picchi marcati nel Mezzogiorno e nei nuclei monoparentali o con genitori d’origine straniera (dati Il Sole 24 Ore).
  • Famiglie con figli: L’11,2% dei nuclei con figli vive in povertà assoluta, con un’incidenza che aumenta esponenzialmente al crescere del numero dei componenti (analisi Openpolis).

3. La lezione di Papa Francesco: contro l’economia dello scarto

Di fronte a questa realtà, l’approccio puramente assistenzialista o securitario si rivela insufficiente. Nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Papa Francesco ci ricorda che non possiamo accettare una logica paternalistica:

«Non possiamo accettare che il ragionamento sottaciuto sia: noi che stiamo bene doniamo qualcosa a chi sta male, però deve rimanere là dove sta, lontano da noi. Non è un atteggiamento cristiano.»

Bergoglio denuncia le radici di un sistema economico iniquo che «uccide» perché fondato sulla legge del più forte, su una cultura dello scarto che riduce le persone a meri esuberi e divinizza il mercato e la finanza speculativa. Al n. 189 del documento, il Pontefice traccia una rotta precisa per l’inclusione sociale:

«La solidarietà è una reazione spontanea di chi riconosce la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata. […] La solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde.»

4. Oltre lo slogan: passare da «chi rompe paga» a «chi rompe ripara»

Spaccare le vetrine per rubare capi griffati o sneakers è il segnale evidente di una profonda deriva valoriale, alimentata dall’incapacità della società di ascoltare chi si trova senza lavoro, senza tutele e senza vie d’uscita — siano essi giovani migranti di seconda generazione o italiani.

Gli slogan propagandistici del tipo «Tornate a casa vostra» o «Chi rompe paga» non risolvono le criticità: servono soltanto a individuare un nemico comodo su cui scaricare le responsabilità collettive. Come ha opportunamente osservato l’avvocato minorile Luca Monticchio, di fronte ai giovani e ai minori sarebbe molto più fecondo sostituire il principio punitivo con quello educativo: «Chi rompe ripara».

I giovani rappresentano il nostro futuro. Dobbiamo offrire loro le condizioni concrete per rialzarsi e rimediare agli errori commessi:

  • Riconfigurare e potenziare le reti dei servizi sociali.
  • Investire sulla formazione e sulla motivazione dei docenti.
  • Creare centri giovanili e di aggregazione che offrano alternative sane e costruttive.

La piazza non è popolata solo da facinorosi, ma da ragazzi con idee e speranze che chiedono giustizia sociale, diritto allo studio e la possibilità di costruire un futuro lavorativo nel proprio Paese.

Quanto ai cittadini di seconda generazione — da chi è laureato ed esercita professioni qualificate a chi svolge lavori umili o di cura della persona — la domanda da porsi è semplice e ineludibile: come faremmo oggi senza di loro?

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