Guardando le immagini dei recenti danneggiamenti a Milano e in altre Città, firmati da giovanissimi, è inevitabile provare rabbia, paura e sconcerto. Ma prima di lasciarci andare all’indignazione, ci sono domande che noi adulti dovremmo avere il coraggio di porci: cosa stiamo trasmettendo a questi ragazzi? Quali vuoti stiamo lasciando in loro?
Quando un giovanissimo distrugge ciò che lo circonda, spesso non sta solo colpendo la Città: sta gridando l’assenza di un limite, di un senso o di una guida che noi per primi fatichiamo a offrire.
Di fronte a questi episodi, la reazione più facile — e al tempo stesso meno utile — è cadere nella trappola della generalizzazione e scaricare le colpe condannando un’intera generazione.
Eppure, non tutti i giovani sono violenti.
Al contrario, la maggior parte dei ragazzi della Generazione Z sta dimostrando una sensibilità straordinaria verso le grandi questioni del nostro tempo. Spesso criticata ingiustamente, la gioventù di oggi sta mettendo in luce un impegno concreto e appassionato per un cambiamento non più rinviabile.
La violenza e il vandalismo di pochi non sono un marchio di fabbrica dei ragazzi di oggi, ma il sintomo visibile di un malessere sociale profondo. Piuttosto che puntare semplicemente il dito contro di loro, questi fatti di cronaca dovrebbero fare un’altra cosa: interrogare direttamente noi adulti sulla grave crisi educativa che stiamo attraversando.
Il vuoto della società del consumo
Al centro dell’attenzione dei giovani c’è un’emergenza ben precisa: la sofferenza dei valori etici e spirituali all’interno di una società sempre più distratta e orientata al puro consumo. I giovani si stanno accorgendo di questo vuoto e cercano una direzione nuova, più autentica, che vada oltre la superficialità quotidiana.
In questo contesto, diventa fondamentale aiutare le nuove generazioni a comprendere che non è il potere economico a regalare la felicità. L’accumulo di beni e la ricerca incessante del possesso non colmano la sete di senso; al contrario, solo un’economia della condivisione, fondata sulla solidarietà e sulla reciprocità, si rivela capace di garantire un benessere reale, diffuso e inclusivo per tutti.
L’illusione dell’avere e il rischio di “addormentare” i desideri
Purtroppo, nell’ansia di proteggere o accontentare, molti genitori commettono l’errore di dare sempre tutto e subito ai propri figli, prevenendo ogni loro richiesta.
Ricoprire i ragazzi di beni materiali finisce per addormentare i loro desideri più autentici: chi ha già tutto non desidera più nulla, e una vita senza desideri diventa inevitabilmente arida. La violenza o la ricerca di brividi estremi nascono spesso proprio da questo senso di insoddisfazione e anestesia emotiva.
“Vietato annoiarsi”: la trappola dell’iper-stimolazione
A questo si aggiunge un ulteriore dramma contemporaneo: ai giovanissimi sembra ormai severamente proibito annoiarsi.
Ogni istante della loro giornata viene riempito da impegni organizzati o schermi digitali, privandoli di quei momenti di “vuoto apparente” che sono invece preziosissimi. È proprio nella noia, infatti, che il cervello si riposa e la mente impara a vagare, attivando l’immaginazione e la vera creatività. Insegnare a stare nella noia significa regalare ai giovani lo spazio indispensabile per scoprire chi sono e cosa vogliono davvero costruire.
Il monito profetico di Don Tonino Bello
A tal proposito tornano profetiche e attualissime le parole di don Tonino Bello:
«Oltre a vegliare, dovete anche svegliare! Svegliate la gente dall’appiattimento spirituale. Destatela dal sonno religioso, dalle abitudini sonnolente, dalla ritualità. Aiutatela ad entrare nella storia, operando le scelte di ogni giorno secondo la logica delle “beatitudini” e non secondo i criteri del tornaconto».
Quello di don Tonino Bello è un invito potente a scuotere le coscienze, a rifiutare la passività e a vivere la quotidianità con coraggio e coerenza.
Una logica di servizio per la rinascita collettiva
Quando i ragazzi vengono stimolati dagli adulti a rallentare, a riflettere e a uscire dall’individualismo, riscoprono la bellezza della gratuità e del bene comune.
Solo abbracciando questa logica di servizio, di giustizia e di responsabilità verso l’altro si potrà superare la cultura dello scarto e intraprendere un vero percorso di rinascita collettiva. È solo attraverso questo risveglio profondo, etico e spirituale — che deve partire prima di tutto da noi adulti ed educatori — che si potrà parlare davvero di Bella Gioventù.

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