Perché siamo affascinati da un cielo stellato? Forse perché, senza stelle, finiremmo per ammalarci.
La magia delle stelle sollecita in noi la speranza di vederne cadere una per poter esprimere “un desiderio”. Questa parola deriva dal latino ed è composta da de-sidus (stella): il suo significato originario è proprio “mancanza delle stelle” o “avvertire la distanza dalle stelle”.
La tradizione ci racconta che nell’antichità “desiderio” è una parola ricorrente nel linguaggio di coloro che osservano gli astri. Quando il cielo è nuvoloso non si può presagire o pronosticare: si brama, così, quella luce che gli astri emanano. È il simbolo di un’attesa profonda per ciò che non si ha e a cui si anela. È l’inquietudine della mente umana che è strutturata per ricercare l’infinito.
Eppure, di fronte a tanta bellezza, la realtà ci restituisce immagini stridenti. Nella notte di San Lorenzo 2026, si sono registrati molti casi di giovani in coma etilico. Perché?
Quando nei giovani manca il desiderio di sognare o quando provano dolore per l’incapacità di essere attratti dall’infinito, subentra la necessità di un anestetico per la sofferenza avvertita: l’alcol, le dipendenze, l’iper-connessione diventano la risposta “all’angoscia esistenziale”.
Ragazze e ragazzi sembrano non distinguere più la ricerca del piacere immediato che gli eccessi della “festa” producono, dalla ricerca del senso profondo della vita che solo il legame con il creato riesce a generare.
L’ANALFABETISMO EMOTIVO
La paura di soffrire e l’incapacità di piangere, il non saper apprezzare le gioie semplici offerte dalle “piccole cose” conducono direttamente al tema dell’educazione affettiva: spesso i giovani si danno allo sballo perché non sanno gestire la tristezza, la noia o la solitudine.
Viviamo in una cultura che vieta la fragilità. Ma se togliamo ai ragazzi il diritto di piangere e di mostrare le proprie debolezze per imparare a gestirle, cosa ne sarà di loro? Il rischio è che diventino deboli, inevitabilmente bisognosi “dell’anestetico” per sopportare la malattia del loro cuore e della loro anima.
L’OSPITE INQUIETANTE
“ I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male…
Perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella le prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui” – (Dal libro L’ospite inquietante- Il nichilismo e i giovani di Umberto Galimberti)
Il nichilismo che Nietzsche definisce ‟il più inquietante fra tutti gli ospiti” annienta i concetti di individuo, libertà, senso della vita, ma anche quelli di storia, natura, religione, politica, etica: valori e verità universali che, invece, hanno nutrito l’età che ha preceduto l’era tecnologica. A causa del nichilismo il tempo diventa vuoto e non esiste più l’attesa.
Eliminando l’attesa, abbiamo rimosso il desiderio, sostituendolo con il consumo rapido di sensazioni “usa e getta”. L’alcol e le dipendenze diventano così l’unico modo per “sentire qualcosa” quando la capacità di desiderare si atrofizza e la noia “uccide” la scoperta della vita.
C’è una via d’uscita? Come mettere alla porta l’ospite inquietante? Noi adulti spesso siamo responsabili di tanta infelicità. Cosa possiamo fare?
QUATTRO PROPOSTE SU CUI RIFLETTERE
Provare a creare contesti in cui i giovani possano fare domande scomode senza sentirsi “catalogati o liquidati” con frasi fatte.
Educare alla “cultura dell’attesa” insegnando a superare la logica del “tutto e subito”.
Il buio della frustrazione e il dolore del limite sono necessari per orientare verso la “luce” i giovani che hanno bisogno di cura e ascolto.
Evitare rigorosamente la tentazione di diventare “amici dei propri figli” che hanno bisogno di guide e non di genitori affetti dalla sindrome di Peter Pan (a causa della quale i genitori si rifiutano di crescere).
VADEMECUM PER RISCOPRIRE LE STELLE
- Smettere di spianare ogni strada ai propri figli: Fare in modo che i giovani sperimentino il “valore della sconfitta” in modo che siano capaci di orientarsi nel mare magnum delle difficoltà.
- Educare alla bellezza: Educarli alla bellezza perché “è la bellezza che salverà il mondo”. La celebre frase è pronunciata dal personaggio del principe Myškin nel romanzo L’idiota del grande scrittore russo Fëdor Dostoevskij. L’autore non si riferisce alla bellezza estetica ma della bontà del cuore, all’amore che nasce dalla compassione, alla grazia interiore: virtù capaci di sollevare l’animo umano dalla sofferenza che il vuoto esistenziale genera.
- Il valore del silenzio: Far scoprire la forza del silenzio che aiuta a stimolare la creatività profonda, favorisce la consapevolezza emotiva ma, soprattutto, contrasta il costante sovraccarico di stimoli digitali e il chiasso di una società spesso orientata dalla cattiveria dei “leoni da tastiera” e “odiatori seriali”.
- Il contatto con la natura: Far riscoprire l’energia della natura attraverso la fatica di un percorso che porta a una vista mozzafiato.
Solo permettendo ai nostri giovani di fare esperienza della “potenza” del limite, potremo insegnare loro a desiderare nuovamente la luce delle stelle.

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